Il rapporto uomini-animali.
Il rapporto di
subordinazione dell'animale all'uomo si articola sostanzialmente in
cinque modalità: l'alimentazione, l'intrattenimento, la compagnia, il
vestiario, la vivisezione. Queste cinque forme d'uso testimoniano il
dominio ormai totalitario su queste creature e la loro piena
trasformazione da esseri viventi in beni di mercato.
La presente
mostra indagherà il primo, e anche più numericamente consistente,
settore di sfruttamento: l'allevamento. Attualmente un uomo occidentale
consuma in media durante tutta la vita 1.500 animali. Ogni anno vengono
macellati 48 miliardi di animali, 131 milioni animali al giorno, 5,5
milioni all'ora, 1500 al secondo.
Per gran parte della loro
esistenza gli esseri umani hanno ottenuto cibo sufficiente per la
propria sopravvivenza, unendo la caccia di piccoli mammiferi alla
raccolta delle specie vegetali e alla carne delle carogne. Con l'avvento
dell'agricoltura, avvenuto circa due milioni di anni dopo la comparsa
dell'uomo, intorno al 10.000 a.C., si inaugurò un rapporto nuovo tra
uomini e animali: la domesticazione. (C. Ponting,
Storia verde del mondo, 1992).
Nonostante alcune fonti facciano risalire la domesticazione di specie quali cani e cavalli già al 14.000 a.C. (E. Moriconi,
Le fabbriche degli animali,
2001) è la sedentarizzazione dei cacciatori-raccoglitori, seguita alla
capacità di sfruttare la terra in maniera sistematica, a segnare il
passaggio di diverse specie da selvatiche a affiliate all'uomo. I
reperti neolitici forniscono abbondanti prove in questa direzione. Le
prime forme di allevamento si registrarono nella Mezzaluna fertile – la
regione del Medio Oriente compresa tra Tigri e Eufrate – come la
conseguenza di tentativi di cattura e riproduzione in cattività di
branchi di pecore e capre selvatiche. (M. Pavanello,
Sistemi umani. Profilo di antropologia economica e di ecologia culturale, 1992).
L'allevamento
brado a partire dalla preistoria è caratterizzato da spostamenti
sistematici di animali e uomini che nelle regioni meridionali e
orientali dell'area mediterranea assumono la forma del nomadismo (Nord
Africa, Anatolia e Balcani) e in quella settentrionale la forma della
transumanza. Le origini di questo fenomeno vanno probabilmente cercate
nei movimenti che gli animali compivano fin dal Paleolitico alla ricerca
di condizioni ambientali migliori a seconda della stagione. La
regolarità del clima e l'alternanza delle stagioni in Italia, in Francia
e in Spagna portano i pastori a spostare le proprie greggi in estate
dalla pianura alla montagna e in inverno dalla montagna alla pianura. Le
testimonianze di questa pratica secolare sono le vie della transumanza
ancora ben riconoscibili. (F. Braudel,
Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, 1976).
Gli animali in stalla.
Il
passaggio dal pascolo libero alla vita in stalla prese il via nel
Settecento con la rivoluzione agricola e la diffusione della
mixed farming. In
questo modello di agricoltura mista le piante leguminose, da un lato
rendevano naturalmente fertili i terreni e permettevano la “coltura
continua”, con l'eliminazione del “riposo”. Dall'altro, essendo ottime
foraggere, consentivano anche di allevare il bestiame nelle stalle. Si
rompeva così la separazione millenaria tra agricoltura e allevamento. Le
stalle e i progressi della scienza veterinaria comportarono un
indiscusso miglioramento delle condizioni di vita del bestiame grazie
alla diffusione di «un atteggiamento di cura, di protezione, di
valorizzazione che di sicuro rappresenta una fase nuova nella lunga
storia della domesticazione umana degli animali». (P. Bevilacqua,
La mucca è savia, 2002).
Il
limite della stabulazione “naturale” venne superato sul finire
dell'Ottocento: le esigenze di una sempre maggiore produzione e i passi
in avanti della chimica modificarono in maniera rilevante
l'alimentazione degli animali e trasformarono l'allevamento in un ramo
dell'economia tendenzialmente indipendente dall'azienda agricola.

L'allevamento intensivo.
I
primi passi dell'allevamento intensivo vennero mossi alla fine degli
anni '40 del Novecento negli Stati Uniti (e in particolare nello stato
del Kansas) dove si assistette alla costituzione dei primi
Feedlots, recinti da ingrasso per il bestiame, conosciuti anche come
Confined Animal Feeding Operation.
Il sistema fu esportato in Europa a partire dal secondo dopoguerra, e
tra il 1950 e la seconda metà degli anni ‘60, anche nel vecchio
continente la zootecnia intensiva prese piede. L'impulso principale fu
dato dalla graduale trasformazione delle abitudini alimentari
occidentali e della crescita del reddito
pro capite. Fino agli anni '70 le migliorate condizioni economiche conferirono alla carne – soprattutto bovina e suina – un ruolo di
status symbol, in virtù anche del crescente valore alimentare ad essa attribuito. In vent'anni, dal 1950 al 1970, il consumo
pro capite annuo è passato da 5.3 kg a 25.2 kg. (M. Pollan,
Il dilemma dell'onnivoro, 2008).
Gli ospedali della carne.
Una
seconda spinta alla produzione “di massa” di carne fu data dalla
evoluzione del settore chimico e della tecnologia farmaceutica: gli
antibiotici e diverse tipologie di fitofarmaci, infatti, iniziarono ad
essere utilizzati nella zootecnia come stimolanti (favorendo uno
sviluppo fisico del bestiame particolarmente rapido) e in risposta alle
complicazioni cliniche dei luoghi di allevamento, diventati innaturali e
malsani. (R. Bertuletto,
Allevamenti intensivi, 1990). Le
stalle e i pollai industriali attualmente non costituiscono più dei
luoghi di allevamento: sono, di fatto, degli ospedali zootecnici per la
produzione di latte e carne su larga scala. Gli animali non sono infatti
allevati: più precisamente essi vengono intensivamente ingrassati in
una condizione di patologia permanentemente controllata.
Il
processo di “taylorizzazione zootecnica”, perseguendo l'ottenimento
della massima quantità di prodotto al minimo costo e considerando
l'animale semplicemente una «macchina trasformatrice degli alimenti in
prodotti utili», ha di fatto compromesso la fondamentale relazione tra
animale ed ecosistema e ha permesso un esponenziale incremento
produttivo in tempi abbastanza brevi. Nonostante i livelli di produzione
raggiunti, paradossalmente gli allevamenti consumano più di quanto
producono. Si utilizzano 77 milioni di tonnellate di proteine di origine
vegetale che potrebbero essere destinate all’alimentazione umana,
mentre ne vengono prodotte, sotto forma di cibo, solo 58 milioni di
tonnellate. 36 dei 40 paesi più poveri al mondo esporta verso l’Europa e
gli Stati Uniti prodotti agricoli utilizzati come mangimi.
«Nessuna
società del passato, per quanto povera e ossessionata dalla fame, era
riuscita a immaginare e realizzare l'inferno in cui oggi sono confinati
gli animali un tempo detti domestici. Lo fa la nostra: la più ricca e
prospera che sia mai apparsa sulla faccia della terra, con uno spirito
da società povera, tormentata dall'assillo della fame». (P. Bevilacqua,
La mucca è savia, 2002).
La salute degli uomini.
L’allevamento
rappresenta il principale settore dell’economia agricola e l’unica
fonte di sussistenza per le fasce più povere della popolazione mondiale
(pari a 987.000.000 di persone). E’ inoltre determinante per
l’alimentazione e la salute dell’uomo. Fornisce, infatti, il 17%
dell’energia e il 33% delle proteine assunte. Tuttavia l’accesso ai suoi
prodotti non è distribuito equamente: in media un indiano arriva a
consumare 5 kg di carne in un anno, mentre uno statunitense ne consuma
123 kg.
Sebbene un moderato aumento del consumo di latte, carne e
uova abbia apportato benefici alla salute, com’è accaduto in alcuni
paesi come il Kenya, un numero sempre maggiore di disturbi associati al
consumo di carne e suoi derivati colpisce fasce sempre più larghe della
popolazione mondiale. Fra le patologie più diffuse vi sono malattie
cardiovascolari, diabete ed alcuni tipi di cancro. L’insorgere di
disturbi generati dal consumo di questi prodotti è dovuto alla presenza
di residui chimici (antibiotici, pesticidi, diossina) e di agenti
batterici (l'
Escherichia coli, la salmonella, il prione della
BSE, nota come “malattia della mucca pazza”). I prodotti derivati dagli
allevamenti intensivi risultano maggiormente suscettibili ad agenti
patogeni trasmissibili all’uomo. Circa il 60% degli agenti patogeni che
contagiano l’uomo e il 75% dei disturbi di recente riscontro (influenza
aviaria,
virus Nipah, Creutzfeldt-Jacob) sono di origine animale. (FAO,
Livestock’s long shadow, 2006).
L'impatto sull'ambiente.
La
zootecnia, su scala mondiale, contribuisce per l’1,4% al PIL. Ma il suo
peso sull'ambiente e sulla salute umana assume ben altre dimensioni
-
Riscaldamento globale
Gli
allevamenti intensivi sono responsabili del 18% delle emissioni di gas
serra misurate in diossido di carbonio (CO2), pari a 7.1 miliardi di
tonnellate (più di quanto ne producano i trasporti). Vari gas serra
(metano protossido d’azoto, anidride carbonica) vengono prodotti dalla
fermentazione dei ruminanti e dalle deiezioni, dalla deforestazione,
dalla conversione delle foreste in pascoli o terreni utilizzati a scopo
agricolo. Enormi quantità di petrolio sono impiegate per la produzione
di granaglie (trattori, produzione di fertilizzanti, pompaggio
dell'acqua, trasporti) e per la lavorazione e la distribuzione dei
prodotti finiti. Gli allevamenti intensivi generano fino al 68%
dell’ammoniaca (NH3, gas inquinante che provoca le piogge acide)
prodotta su scala globale (pari a 30 milioni di tonnellate annue).
- Consumo di suolo
L'allevamento
è il più grande consumatore di suolo della Terra, includendo i terreni
destinati al pascolo e alle coltivazioni di foraggi e mangimi. Le aree
coinvolte rappresentano il 70% dei territori agricoli e il 30% della
superficie non gelata del pianeta.
-
Acqua
Gli
allevamenti utilizzano circa l’8% dell’acqua totale usata dall’uomo e
la produzione dei mangimi ne disperde fino al 15%. La maggior parte
dell’acqua assunta dagli animali viene restituita all’ambiente sotto
forma di deiezioni e rifiuti. Le deiezioni contengono elementi trofici
(azoto, fosforo, potassio), residui di antibiotici, metalli pesanti e
agenti patogeni. Questi elementi, accumulati, inquinano gravemente le
falde idriche. Negli Stati Uniti il settore zootecnico è responsabile
del 55% dei fenomeni di erosione del suolo e dell'immissione del 65% di
sostanze trofiche immesse nei corsi d’acqua dolce. A questi si
aggiungono il 37% dei pesticidi e il 50% degli antibiotici usati negli
USA.
- Biodiversità
Gli allevamenti
contribuiscono alla perdita della biodiversità in ogni sua dimensione:
diversità genetica, diversità delle specie e diversità dagli ecosistemi.
Il settore zootecnico è causa di distruzione degli
habitat
naturali, cambiamento climatico, invasioni parassitarie, sovra
sfruttamento e inquinamento. La zootecnia oggi impiega il 20% della
biomassa animale e occupa il 30% della superficie terrestre un tempo
costituita da fauna selvatica. La minaccia dell'inquinamento riguarda
ovviamente anche gli ecosistemi marini e la capacità di riproduzione
delle specie ittiche.
Si stima che delle 825 ecoregioni terrestri
306 sono minacciate dagli allevamenti, mentre 23 dei 35 “punti caldi”
della biodiversità sono gravemente minacciati dalla produzione
zootecnica.
Come cambiare? Le possibili alternative.
- Allevamenti biologici
Le norme IFOAM (
International Federation of Organic Agriculture Movements),
che regolano la zootecnia biologica, ripropongono un modello di azienda
in cui agricoltura e allevamento convivono e in cui l'animale ha il
compito di chiudere il ciclo ecologico. Le linee guida degli allevamenti
biologici tengono conto del benessere e delle necessità degli animali.
Pertanto sono ammesse solo razze locali; l’alloggiamento deve consentire
movimento sufficiente, libero accesso ad acqua e cibo, aria fresca e
luce solare, protezione dalle intemperie ed ampie aree di riposo coperte
da materiale naturale; la dieta deve essere bilanciata, di buona
qualità e non deve prevedere promotori della crescita, appetibilizzanti
sintetici, conservanti, coloranti, urea, sottoprodotti animali; in caso
di malattia sono ammesse la fitoterapia, l’omeopatia o altre medicine
dolci.
Il biologico non risolve del tutto il problema della
produzione di gas serra come il metano e l'ossido di azoto derivanti
dalle fermentazioni gastroenteriche e dei liquami. La compresenza del
settore agricolo e di quello zootecnico permette comunque il
contenimento delle emissioni grazie al riciclo delle deiezioni.
- Vegetarianismo e veganesimo etico
Sono
due alternative all'alimentazione carnivora, sono stili di vita
individuali e «forme di boicottaggio permanente». (P. Singer,
Liberazione animale, 2010)
Il
vegetarianismo prevede il consumo di proteine vegetali in sostituzione
di quelle animali. Fondamenti etici di questa scelta sono l'antispecismo
e la non violenza: gli animali sono, similmente all'uomo,
esseri senzienti,
capaci cioè di provare emozioni quali gioia, dolore. Agli animali
dovrebbero essere riconosciuti i diritti alla vita, alla libertà e a non
essere torturati.
Il veganesimo etico esclude lo sfruttamento da
parte dell’uomo di tutte le specie animali. Garantire uno stile di vita
dignitoso agli animali, limitando la loro sofferenza negli allevamenti,
rinunciando ad una produzione industriale, non giustifica infatti il
loro utilizzo a fini alimentari.
- Consumo critico
Il
consumatore critico o consapevole è colui che sceglie di acquistare un
prodotto, non solo tenendo conto del prezzo e della qualità, ma anche e
soprattutto considerando l'impatto che esso produce sul piano ambientale
e sociale. Fondamentale in questo senso diventa la relazione diretta
tra produttore e consumatore. Negli ultimi anni si sono affermate alcune
forme di consumo consapevole come i gruppi di acquisto solidale (GAS) e
il Km0 che promuovono la vendita di carni a filiera corta e prodotte
nel rispetto delle condizioni di benessere degli animali e dei
lavoratori. (L. Valera,
GAS gruppi di acquisto solidali, 2005).
A sostegno dei piccoli allevatori e per salvaguardare la loro
eccellenza gastronomica dal 1999 il progetto Presidi di Slow Food tenta
di recuperare non solo prodotti finali alimentari rari e di qualità, ma
anche materie prime, tecniche di lavorazione e conoscenze tradizionali.
(C. Petrini,
Slow Food. Le ragioni del gusto, 2003)
Aforismi:
Amici
miei, evitate di corrompere il vostro corpo con cibi impuri; ci sono i
campi di frumento, mele così abbondanti da piegare i rami degli alberi,
uva che riempie le vigne, erbe gustose e verdure da cuocere; ci sono il
latte e il miele odoroso di timo; la terra offre una gran quantità di
ricchezze, di alimenti puri, che non provocano spargimento di sangue né
morte. Solo gli animali soddisfano la loro fame con la carne, e neppure
tutti: infatti cavalli, bovini e ovini si nutrono di erba.
Pitagora
La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali.
Gandhi
Verrà
il tempo in cui l'uomo non dovrà più uccidere per mangiare, ed anche
l'uccisione di un solo animale sarà considerato un grave delitto...
Leonardo Da Vinci
L'uomo è un animale addomesticato che per secoli ha comandato sugli altri animali con la frode, la violenza e la crudeltà.
C. Chaplin
Due cose mi sorprendono: l'intelligenza delle bestie e la bestialità degli uomini.
T. Bernard
Maiali
costretti in stambugi senza luce. Galline chiuse notte e giorno
nell'incubatrice. Oche inchiodate con le zampe al pavimento. Vitelli che
passano dalla prigione al macello senza aver mai visto un prato. Gli
ultimi animali, superstiti di una moltitudine che riempiva festosamente
la terra, sono ridotti a un'eterna notte.
F. Burdin
Per
prima cosa fu necessario civilizzare l'uomo in rapporto all'uomo. Ora è
necessario civilizzare l'uomo in rapporto alla natura e agli animali.
V. Hugo
Mi
addolora che non si arriverà mai a un'insurrezione degli animali contro
di noi, degli animali pazienti, delle vacche, delle pecore, di tutto il
bestiame che è nelle nostre mani e non ci può sfuggire.
E. Canetti
La
bontà umana, in tutta la sua purezza e libertà, può venir fuori solo
quando è rivolta verso chi non ha nessun potere. La vera prova morale
dell’umanità, quella fondamentale, è rappresentata dall’atteggiamento
verso chi è sottoposto al suo dominio: gli animali. E sul rispetto nei
confronti degli animali, l’umanità ha combinato una catastrofe, un
disastro così grave che tutti gli altri ne scaturiscono.
M. Kundera
Bibliografia di riferimento:
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Braudel F., Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, Einaudi, Torino 1976
Cicia G., De Stefano F., Prospettive dell’agricoltura biologica in Italia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2007
Coetzee J.M., La vita degli animali, Adelphi, Milano 2000
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Farracchi A., I polli preferiscono le gabbie, Amrita, Giaveno 2003
FEPMA, Documentación, Análisis y Diagnóstico del Estado de la Red Nacional de Vìas Pecunarias, 1996.
Foer J.S., Se niente importa. Perché mangiamo animali?, Guanda, Varese 2010
Goracci J., Less eat, better meat, intervento tenuto a Terra Madre, Torino 2010
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McNeill J.R., Qualcosa di nuovo sotto il sole, Einaudi, Torino 2002
Moriconi E., Le fabbriche degli animali,Cosmopolis, Torino 2001
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Patterson C., Un'eterna Treblinka, Ed. Riuniti, Roma 2003
Pavanello M., Sistemi umani. Profilo di antropologia economica e di ecologia culturale, CISU Roma 1992
Pearce F., Confessioni di un eco-peccatore, Edizioni Ambiente, Milano 2009
Petrini C., Slow Food. Le ragioni del gusto, Laterza, Bari-Roma 2003
Pollan M., Il dilemma dell’onnivoro, Adelphi, Milano 2008
Ponting C., Storia verde del mondo, SEI, Torino 1992
Regan T., Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali, Sonda, Monferrato 2005
Rifkin J., Ecocidio, Mondadori, Milano 2001
Singer P., Liberazione animale, Il Saggiatore, Milano 2010
Striffler S., La fabbrica della carne in I frutti di Demetra 2006, n.12
Striffler S., The dangerous transformation of America’s favourite food, Yale University Press, 2007
Tolstoj L., Contro la caccia e il mangiar carne, a cura di G. Ditadi, Isonomia, Este 1994
Valera L., GAS gruppi di acquisto solidali, Terre di Mezzo, Milano 2005
Organismi internazionali
Environment Protection Agency (EPA)
Food and Agriculture Organization (FAO)
Human Rights Watch (HRW)
Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)
International Federation of Organic Agriculture Movements (IFOAM)
Office International des Epizooties(OIE)
Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)
World Bank
World Health Organization (WHO)
Fonte:
© 2012 AMIGI, Amici degli incontri del giovedì
www.amigi.org